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Benjamin Zidarich

I nostri vini vanno in bottiglia dopo una severa selezione

Dai dieci ettari di vigneti nella Doc Carso - ricavati tra le pietre calcaree miste a poca terra rossa - Zidarich ottiene 27-29.000 bottiglie l’anno, delle quali il 50 % vanno all’estero.

Benjamin Zidarich si è costruito, anzi si è scavato una delle cantine più emozionanti che si possano vedere, cinque piani che scendono nelle rocce del Carso. Ha incominciato i lavori nel 1999 per terminarli nel 2009.

“I nostri vini (spalla indispensabile sua moglie Nevenka, N.d.A.) vanno in bottiglia dopo una severa selezione. L’osmiza (o frasca), che ha sede nella nostra casa di famiglia e che risale al 1800, ci permette di far assaggiare e di vendere una parte dei vini aziendali direttamente al consumatore”.

Le loro bottiglie sono presenti in tutto il mondo, con dei prezzi, franco cantina, che vanno dai 22 euro del bianco Vitovska ai 50 del Ruje, riserva di rosso che esce dopo 5 anni. Benjamin ha le idee chiarissime ed è molto severo rispetto alla situazione che sta vivendo il comparto del vino regionale. Da anni la cantina rimane con pochissime bottiglie per alcuni mesi ancor prima di imbottigliare l’annata successiva.

“Ci sono troppe varietà in Friuli Venezia Giulia e ciò crea confusione sul cliente. Poi è entrato il concetto di una viticoltura industriale che non ci appartiene. Come possiamo sfidare i colossi come Sicilia, Emilia Romagna e Puglia? È quindi un controsenso adottare il loro schema di gioco: non ci fanno toccare palla. È una partita di calcio ad una sola porta, la nostra, dove la rete non conterrebbe tutti i goal che ci farebbero. Già sta accadendo. Loro parlano solo di numeri: volumi di bottiglie e soldi, come per il Prosecco e la Ribolla spumante in pianura. La Ribolla Gialla buona si fa solo in collina. Hanno vigneti che gridano vendetta al cielo per le rese che ottengono. Ho partecipato ad una riunione alla Regione dove non si parlava di qualità, ma solo dei quintali che vogliono produrre. Che fare? Me ne sono andato. Preparare un ettaro di terreno in Carso per piantare un vigneto costa 120.000 euro, da loro 8.000. In collina si lavora in maniera diversa. Noi dobbiamo valorizzare quel valore aggiunto che loro non hanno: il concetto artigianale e tradizionale, la sostenibilità, la cultura del contadino che hanno perso, mentre per noi tale deve restare. Il valore? Nasce col tempo e dal concetto di preziosità che noi dobbiamo saper dare ai nostri vini. Il vino fa sempre parte del mondo rurale-contadino. Non è mai stato industriale, l’industria non fa vino, ma bevande. Ecco perché dobbiamo metterci la faccia: io lo produco e sempre io lo racconto. Nel nostro mondo vitivinicolo ci vuole sempre una grande trasparenza. Il mercato c’è. La gente cerca sempre di più l’unicità e la verità che uniscono il territorio. Per questo il territorio è sempre fondamentale”.

Ma i piccoli vignaioli come te che futuro avranno? Che diresti ad un giovane che voglia seguire la tua strada?

“Basta lavorare bene, in maniera sincera e tradizionale. Il piccolo artigiano è richiestissimo. Noi dobbiamo entrare in quella nicchia di mercato che ci cerca e che è molto più ampia di quella che pensiamo. Rispettare la natura e preferibilmente essere biologici, ma restando noi stessi che vuol dire seguire tutta la filiera del vino come si fa in collina e qui da noi, ma anche in Borgogna, Alsazia, Mosella, fino al mercato, mostrando la propria faccia. Solo così il vino farà sentire la nostra mano. Una enologia semplice, dove la vigna fa da padrone. Da me la visita incomincia sempre dal vigneto. Noi abbiamo una cantina dove non serve condizionamento. Non consumiamo energia. Ho un torchio e una diraspatrice. Stiamo lavorando anche con delle botti in pietra del nostro Carso, la stessa dei vigneti. Al momento ne abbiamo 5: due da 10 hl e tre da 5 hl. Il vino, lo chiamiamo Kamen in sloveno, ovvero pietra italiano o stone in inglese. Due parole: Carso + Pietra e il racconto del nostro vino è completo. Queste botti le usiamo per macerare solo la Vitovska, nostro bianco autoctono del Carso, dove resta sulle bucce per un mese e poi va in botte. Non esce prima di due anni. Questa cosa ha una grande importanza perché l’uva che nasce sul Carso vive nella pietra e in vinificazione ritorna di nuovo nella pietra. Il vino va aspettato, bisogna avere pazienza e seguirlo, ascoltarlo. Noi privilegiamo il territorio con le proprie varietà autoctone. Sarebbe importante che, noi piccoli produttori, trovassimo la maniera per riunirci in un gruppo di “artigiani del vino”, per far sentire la nostra voce e portare avanti il nostro pensiero in modo univoco. Mi sono chiesto come misurarmi sul mercato rispetto alle aziende dei grandi numeri, dei vini nati solo per fare soldi, senza una visione, senza amore, senza rispetto per la terra. Ecco la risposta: aprire venti bottiglie di venti annate diverse tutte assieme: così racconti tutta la memoria del tuo vino. Ne esalti il valore nel tempo. Non serve altro. Certo: ci vuole tempo, visione, credere in una enologia e una viticoltura pulite, assieme all’antica saggezza contadina”.

Significativa la conclusione di Benjamin Zidarich, vignaiolo illuminato: “La nostra regione sta andando a secco. Se andiamo avanti così, perderemo l’immagine dei grandi vini bianchi che tutto il mondo conosceva. Il futuro? …”.

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