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Filippo Butussi, Cristian Specogna

I primi temi che stiamo affrontando riguardano la sostenibilità, le viti resistenti, il biologico, l’agricoltura 4.0

L’Azienda Valentino Butussi, nel Corno di Rosazzo, presenta 4 ettari di Friuli Grave e 16 ettari FCO, 120.000 bottiglie prodotte all’anno e un mercato 70% italiano e 30% estero. L’Azienda Vignaioli Specogna (anch’essa nel Corno di Rosazzo), invece, si sviluppa su 25 ettari di Doc Friuli Colli Orientali, produce 130.000 bottiglie e ha un mercato 60% estero e 40% italiano.

Filippo Butussi e Cristian Specogna sono stati i primi due giovani che abbiamo incontrato per il giro di interviste a loro dedicate. Avevamo saputo che il rinnovo del CDA del Consorzio Colli Orientali aveva visto l’entrata di diversi giovani vignaioli. Noi l’abbiamo letta come una piccola, silenziosa, ma concreta rivoluzione nel mondo statico di questi organismi. Un segnale importante che andava colto.
Così, verso la fine di agosto del 2019, ci siamo ritrovati seduti ad un tavolo di Villa Nachini-Cabassi, accanto alla sede del Consorzio per dialogare sui temi che più stanno loro a cuore.

“Ora nel CDA del Consorzio – il cui presidente, Paolo Valle, più avanti di noi con gli anni, è ben contento di guidarci in questa nuova avventura – c’è un’età media, presidente incluso, di 42 anni, quindi il ricambio è stato notevole. Per noi è una palestra di esperienza importante e ne siamo entusiasti”. (Per la precisione, solo Filippo è nel CDA e per lui è stata una riconferma, mentre Cristian non ne fa parte, ma condivide con Filippo le idee che hanno ulteriormente cementato la loro amicizia).

“Sappiamo i tanti problemi che dobbiamo affrontare e lo faremo con entusiasmo. I primi temi che stiamo affrontando riguardano la sostenibilità, le viti resistenti, il biologico, l’agricoltura 4.0. Quindi il più impegnativo, ossia arrivare a codificare i nomi dei vini, che oggi sono varietali, con quelli degli appezzamenti da cui derivano, ovvero i cru. Perché vorremmo costruire, come si dice, la piramide della qualità e del valore. Siamo pienamente coscienti che l’aver insistito troppo a lungo sui vini varietali – andava fatto molto prima perché era più comodo – ora dobbiamo pagarne il conto. Il fatto è che ci confrontiamo con altre enologie, anche regionali, che hanno obbiettivi diversi dai nostri, peraltro legittimi. La collina, poi, non ha alternative all’alta qualità. Il problema è quello di farla percepire al cliente e quindi farcela pagare”.

Quanti progetti avete in cantiere?

– “Quello relativo al Pinot grigio ramato legato ai cru.

– Poi vorremmo dare maggior forza alla collaborazione con il Collio. Perché se la collina non si unisce saranno guai seri per tutti noi. Dobbiamo smarcarci dalla impostazione del vino industriale e valorizzare in maniera decisa quella artigianale, che ci appartiene da secoli, essendo parte del nostro Dna di vignaioli.

– In una prospettiva più ampia, riteniamo essenziale il lavoro della zonazione che, unita all’agricoltura 4.0, ci apre le porte ad una reale gestione sostenibile del vigneto. Per arrivare, alla fine, a completare la costruzione della piramide qualitativa che ci permetterà anche di impostare una efficace comunicazione per la valorizzazione del territorio. Tutto ciò sarà possibile solo se sapremo dialogare tra noi, cosa che facciamo senza gelosie, consci che si è perso tanto tempo in diatribe inutili. Questa svolta per cercare di uscire dai vini varietali andava fatta molto prima, invece di cullarsi sugli allori. Il nostro obbiettivo è, pertanto, produrre vini dal forte carattere identitario e non perché vinificati in maniera diversa – che ti costringerebbe a rincorrere sempre nuove mode – bensì in quanto la personalità e l’unicità è data dal cru dove viene prodotto, unica garanzia che non possa essere imitata. È questa la sfida che ci siamo dati”.

Insomma, i giovani ci sono e scalpitano. Lasciamoli fare.

Le aziende di Filippo e Cristian hanno, da tempo, incominciato il percorso sopra accennato.

Filippo: “Le nostre riserve le vendiamo en primeur per il 50% e lo facciamo dopo 3 anni e mezzo per i rossi e 1 anno e mezzo per i bianchi dalla vendemmia. Il 50% delle vecchie annate, poi, iniziamo a venderlo dopo 5 anni per i rossi e 3 per i bianchi. Per la parte restante, ogni anno mettiamo sul mercato il 10%. Il cliente ci sta premiando”.

Cristian: “Noi pure abbiamo seguito questa strada per uscire dalla trappola dei vini varietali. Per i vini da cru – che comunque non vanno sul mercato prima dei due anni almeno per i bianchi e di quattro anni almeno per i rossi – il 30% li destiniamo allo stock, così da costruire lo storico, per poi proporlo in futuro”.

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