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Massimo e Vittorio Di Lenardo

Dobbiamo capire come ricostruire un messaggio accattivante che racconti il nostro territorio

Azienda familiare dal 1878 la cui cantina è a Ontagnano. Con i 56 ettari di vigna, produce 650.000 bottiglie. Quota export 70% in 20 Paesi. Molte delle loro etichette portano dei nomi, accanto a quello varietale del vino, in inglese.

Comunicazione del territorio.

“Il mondo del vino Friulano vive di storia, di racconti, e per dare un senso ai nostri prodotti siamo condannati all’eccellenza, viste le nostre piccole dimensioni. Cinque o sei bravi produttori non bastano per costruire una zona di alto valore, bisogna fare massa critica. Un po’ di anni fa eravamo leader sui mercati dei vini bianchi. Ora non più. Dobbiamo capire come ricostruire un messaggio accattivante che racconti il nostro territorio.

Dobbiamo essere coscienti che, nelle attuali condizioni, i piccoli vignaioli sono sotto pressione sia perché i mercati sono mutati, il che impone una soglia minima di produzione di almeno 300mila bottiglie, sia perché gli adempimenti burocratici sono assurdamente insostenibili.

In passato avevamo creato in Friuli una casa comune, La Casa del Vino, che ci aveva riuniti sotto un unico cappello. Ci faceva incontrare e discutere; ci aiutava a conoscerci meglio e a capire che i problemi di base delle varie realtà vinicole, allora come oggi, erano i medesimi. Era un punto unico di riferimento. La Casa del Vino svanì e con essa si è sfaldato il senso di appartenenza al territorio.

Per cui siamo tornati alle origini, quando per indicare dove eravamo dicevamo near Venice. Dobbiamo rifarlo di nuovo.

Il Prosecco è stato come uno tsunami sulla nostra viticoltura, ormai divisa profondamente tra quella industriale e quella artigianale, della quale faccio parte, pur essendo le mie vigne in pianure dove, ci tengo a dirlo, si possono produrre ottimi vini, purché ci siano la voglia e la mentalità”.

Pinot grigio e Ribolla gialla?

“La nostra azienda ha scelto di adottare la Doc Friuli per collegarsi al territorio. Tante Doc non servono in una regione così piccola. Ne basterebbero due: una per la collina (che riunisca Collio, Colli orientali e Carso ed una in pianura, la Doc Friuli, appunto. La Doc Friuli è stata di grosso aiuto in particolare per il Pinot grigio che stava scivolando verso un vino commodity. Ci distinguiamo sui mercati, spuntando un prezzo migliore”.

La Ribolla gialla?

“Dovremmo tenerla solo nella Doc Friuli. Non dimentichiamo che è un fenomeno commerciale che riguarda solo l’Italia. Poteva essere un ottimo grimaldello anche per i mercati esteri. Temo che la scellerata politica fatta dal Friuli Occidentale ne abbia compromesso il futuro”.

Le Cantine sociali?

Dobbiamo rilanciare la nostra Regione (un felice slogan lo definiva “Un vigneto chiamato Friuli”), posizionandoci su livelli di prezzi del vino di qualità. Purtroppo la massa critica del vino friulano è, in termini quantitativi, data dalle cantine sociali e la loro politica di mercato che si basa unicamente sulla battaglia dei prezzi al ribasso è al momento molto dannosa per l’immagine di tutto il Friuli. Purtroppo, ed è doloroso constatarlo, si muovono come un corpo estraneo all’interno del tessuto produttivo della regione. Pur non essendo nostri concorrenti, non ci aiutano. Seguono un mercato a parte che, temo, sarà destinato a soccombere. Perché non operano seguendo la filosofia del Trentino o dell’Alto Adige puntando almeno ad una qualità media? Saremmo curiosi di capire i perché di tali scelte. Una politica intelligente è quella di creare la piramide della qualità sfruttando l’immagine creata dal vertice della stessa, ma non quella di uscire da questa logica con una politica dei prezzi a dirsi poco incomprensibile”. 

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Quaderni di Agricultura è un sito web e un libro.

È un progetto realizzato per Camera di Commercio di Udine e Pordenone da Walter Filiputti e Tundra Studio.

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