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Michele Pavan

Solo con il dialogo possiamo superare le incomprensioni

Azienda agricola familiare, la Buse dal Lof, con 25 ettari di vigneto a Prepotto, patria dello Schioppettino. Produce 100.000 bottiglie. Quota export 45% in 7 Paesi. Michele Pavan è stato presidente del Consorzio Colli Orientali.

A quando una maggior sintonia con il Collio sui temi comuni, come la difesa della Ribolla gialla della ponca, ad esempio? In fin dei conti, visto da un occhio esterno e quindi non viziato dai campanilismi, le questioni che vi uniscono sono di ben lunga maggiori di quelle che vi dividono.

“Nel 2018, assieme a Robert Princic, presidente del Collio, venti aziende dei due consorzi hanno deciso di andare assieme in Cina, per esplorare quel mercato. Lo considero un grande passo avanti. Quel viaggio ci ha fatto capire, stando assieme, che i problemi che dobbiamo risolvere sono gli stessi. Quel viaggio ha fatto nascere un sodalizio che darà i suoi frutti. Germoglierà. È un esempio di collaborazione reale, non solo a parole. Ci deve essere una consapevolezza reciproca per proseguire assieme. È necessario parlarci, per smussare angoli che, alla fine, nascono soprattutto da incomprensioni che solo il dialogo può superare. Come capita in famiglia: guai abbandonare il dialogo e lasciare che ognuno pensi tra sé e sé senza confrontarsi, aprirsi, dialogare. Questo percorso appena iniziato è, tra l’altro, l’unico che ci resta. Collaborare sugli aspetti – e sono tanti – che lo richiedono”.

Le aziende collinari sono di piccola stazza.

“Non resta che unirci e fare rete in tanti settori della filiera che lo permettono, senza intaccare la personalità di ognuna. Necessario per affrontare i nuovi e vecchi mercati, che richiedono investimenti elevati.

Perché la competizione o la gestisci o la subisci. Inoltre solo così possiamo dare maggior forza d’immagine alla collina, ossia ai terreni della ponca che sono la madre della Ribolla. Qual’è la soluzione del problema Ribolla al punto in cui ci ha trascinati la concezione della viticoltura industriale? Portarla nella Doc Friuli per limitarne le rese ettaro che, restando nella IGT o semplicemente nel varietale, farebbe danni immensi”.

Cantine sociali.

“Tutti i produttori della regione non le vedono di buon occhio e non perché detengono il 40% della produzione del Friuli Venezia Giulia. Ho ragione di credere che ciò dipenda da due fattori che sono sotto gli occhi di tutti: un marketing basato sul prezzo e non sulla creazione di valore e l’essere diventati terzisti, ovvero di spingere sulla vendita dei vini in cisterna in Veneto (Pinot grigio, Prosecco e Ribolla), lasciando in tal modo ben poco del valore sul territorio, al quale fanno perdere ricchezza. Fare i terzisti vuol dire non aiutare il territorio a crescere; fare affari solo per sé stessi, pur beneficiando dell’area d’appartenenza grazie alla quale, attraverso le Istituzioni, si ricevono aiuti. Bisognerebbe utilizzare questi aiuti per investire sulla chiusura e sviluppo della filiera.

Serve, quindi, una nuova capacità imprenditoriale che ci convinca che sarebbe opportuno spostare gli impegni di spesa dalle cantine ai mercati. Inoltre sarebbe strategico riavvicinarsi alla ristorazione italiana all’estero, che tanto ci ha aiutato ed ancora può farlo. Dobbiamo rimetterci in gioco velocemente e imparare a valorizzare l’immenso patrimonio storico, ambientale (bellezze e biodiversità) e culturale che possediamo. Di fronte a noi abbiamo il prossimo PAC (Politica Agricola Comune) che va dal 2020 al 2027. A noi produttori spetta dare idee, fare progetti, avere coraggio visionario sul futuro, chiedendo alle Istituzioni di sburocratizzare e velocizzare i percorsi per non perdere montagne di soldi che, se non spesi, finirebbero nelle tasche dei concorrenti. Credo che questo sia il più colossale scandalo della nostra agricoltura: gettare al vento risorse che ci servirebbero per metterci al passo”.

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