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Kristian Keber

Il Collio, e la sua ponca, sono soltanto nostri!

Ettari vitati 12. Bottiglie prodotte 50.000 di cui il 35% vanno all’estero.

Il papà di Kristian Keber, Edi, è colui che ha tentato di far entrare il Collio nella vera filosofia del terroir: nome del vino = nome del territorio, in questo caso Collio e che non ha avuto il successo che avrebbe meritato.

Fosse accaduto, oggi potremmo parlare un altro linguaggio: quello delle enologie “mature” dove il valore dei vini è maggiore anche per tali scelte. Era il 1987 quando Edi decise di fare un vino bianco e chiamarlo col nome della Doc: Collio bianco.

“Fu molto dura”, dichiarò tempo fa Edi ricordando la sua scelta, “persi anche diversi clienti. Ma non mollai. Allora avevamo ben 5 varietà di bianchi e due di rossi. Come pensare di identificare così vino e territorio? I nomi di vitigno sono – giustamente – di tutti. Ma il Collio – e la sua ponca – no: quelli sono soltanto nostri! Mi ero posto un problema, ora emerso in tutta la sua evidenza: dopo i primi decenni di successi dei nostri vini da vitigno, ci trovammo sui mercati con tantissimi Pinot grigio, Chardonnay e Sauvignon come distinguerci? Mi resi anche conto quanto fosse necessario, per affrontare i nuovi mercati che si aprivano, avere una massa critica sufficiente per assecondarli. E ciò poteva accadere, visto che i nostri ettari sono 12, solo producendo pochissimi vini. Dal 2008 solo uno: il vino Collio. Una svolta decisa verso questa scelta si ebbe durante la presidenza del Collio di Marco Felluga, iniziata nel 1999. Uomo di rara intelligenza, decisionista, gettò le basi di un progetto allargato a tutti i produttori del Consorzio. Nel 2011 – su 120 imbottigliatori iscritti al Consorzio – ben 80 producevano il Collio bianco. Un dato di riferimento? Nel 1987, quando decisi di cambiare direzione, eravamo in 4”.

(Il Collio Keber è composto da 70% Friulano, 15% Ribolla gialla e 15% Malvasia).

Kristian a che punto siamo?

Il Piemonte ha il Nebbiolo varietà del Barolo, al cui interno troviamo i cru. Cito uno dei più importanti: Cannubi. Noi Friulani non siamo ancora riusciti a credere nelle nostre varietà autoctone (non siamo ancora al passaggio Nebbiolo) in quanto non abbiamo individuato le varietà adatte al nostro terreno per poterlo distinguere sui mercati del mondo. Ovvero: non abbiamo individuato il vino simbolo. Sono vissuto in azienda senza la contaminazione dei Pinot grigio e gli altri internazionali. La mia prima vendemmia è stata quella del 2006. Nel 2008 ho messo a fuoco una mia idea sul vino Collio. Non potendo basarmi su di un vino esistente, ho incominciato a pensare a un mio gusto, che poi era il risultato di una sedimentazione culturale dei vini di famiglia in quanto, all’epoca, non esisteva l’uvaggio degli autoctoni. Va pure osservato che i vignaioli che decidono di fare vini di terroir trovano una propria identità di stile col tempo. Attualmente, in Collio, il primo vero cru – inteso come piccola parcella del terroir – è Oslavia. Mi spiego ancora con la similitudine del Piemonte: la Ribolla gialla è il Nebbiolo; Collio è Barolo e Oslavia è Cannubi. Con un’unica differenza: che a Oslavia hanno scelto anche uno stile di vinificazione: i bianchi macerati. Per la zona Zegla stiamo creando, dal 2012, la stessa cosa con un nostro stile”.

A questo punto nasce una per noi piacevole dissertazione sui concetti di stile e di cru-terroir. Non teorica o accademica, bensì concreta per i risultati finali ai quali porta. Elevando ai massimi livelli l’identità fino ad arrivare alla unicità del cru, fa aumentare il valore del terreno e della bottiglia.

Lo stile non deve essere staccato dal terroir e viceversa, perché si debbono fondere per essere identificabili. Se ognuno vinifica come crede, come accade in Collio e Friuli Venezia Giulia per distinguersi, cade il teorema del terroir su cui si fonda. In Barolo è il cru di Cannubi che marca le differenze, ma non perché il Nebbiolo è vinificato in maniera diversa, ma in quanto quel cru dà una diversa impronta al vino e ciò emerge grazie ad uno stile di vinificazione condiviso da tutti. È ciò che accadde in Borgogna dove capirono che solo così, a parità di stile di vinificazione, spicca il cru. È anche per ciò che la Borgogna quota le sue bottiglie sui mercati almeno dieci volte le nostre, tralasciando i cru più blasonati. Loro hanno capito che sono la rarità e l’unicità a creare valore, oltre ad una qualità e longevità indiscutibili. Bisogna, però, investire nel lungo periodo per imporsi. Infatti loro hanno mandato a quel paese Robert Parker, che voleva far loro cambiare stile. Tennero duro e vinsero la scommessa senza di lui. Perché quella di Parker era una tendenza, la stessa che spinse i nostri produttori di collina ad ascoltare le guide che premiavano i vini alcolici e muscolosi, abbandonando lo stile che li aveva resi celebri e che tutti allora seguivano. Era lo stile riconoscibile come bianco friulano. Lì iniziò la perdita d’identità e il contemporaneo rincorrere le bizze dei mercati (e delle guide), anziché imporsi ad esso. Col risultato di far loro perdere quote di mercato nel medio periodo. La tendenza è moda e in quanto tale passa ed è sei costretto a seguire i cambiamenti di mercato, senza importi ad esso.

 “Per me l’errore che è stato commesso in Collio non è tanto quello di fare vini con stili diversi, ma di aver marcato la varietà in maniera eccessiva. Se scelgo la via del vino-terroir, lo stile e il vitigno passano in secondo piano: importante che il terroir sia forte”.

Ma non credi che lo stile o scelta della vinificazione possa inficiare la riconoscibilità del terroir stesso, come gli orange, ad esempio?

“Se in un terroir tutti i produttori decidono che lo stile è un orange i tre aspetti vino-terroir-stile finiscono, col tempo, per uniformarsi ed esce la chiarezza.
Il nostro problema è che in Friuli non abbiamo ancora fatto il salto di mentalità (vendiamo i vini ancora per la varietà).
Facciamo ancora parte delle enologie giovani, anche se tali non lo siamo più da tanto. Dovremmo già essere entrati nel club di quelle Doc evolute o mature, come la Borgogna o Bolgheri. L’Etna stessa, in dieci anni, ha fatto più di noi. Tornando ancora al Barolo, in effetti le due filosofie che sembravano lontane anni luce tra loro – quella degli innovatori, i Barolo Boys e dei tradizionalisti impersonificati da Bartolo Mascarello – alla fine si sono riavvicinati.

In Alto Adige, invece, hanno puntato sullo stile – in questo del tutto simile alla nostra prima fase – mentre di recente hanno creato molte sottozone (ben 86 e che chiamano lagen, N.d.A.), dove puoi piantare solo la varietà indicata. Tutti d’accordo, privati e cantine sociali. È come se tutti produttori di Collio o Zegla dovessimo programmare che, da qui a 15 anni, si produrranno solo i bianchi a denominazione Collio o Zegla. Chissà? Sognare non fa male”.

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Quaderni di Agricultura è un sito web e un libro.

È un progetto realizzato per Camera di Commercio di Udine e Pordenone da Walter Filiputti e Tundra Studio.

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