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Manlio Collavini

I produttori di buona volontà devono riprogettare il futuro

Ettari vitati tra proprietà e conduzione: 150 nelle Doc Collio, Colli Orientali e Doc Friuli. Quota export 65%.

Manlio Collavini è uno dei vignaioli senior della prima generazione che ha fatto partire il ‘Rinascimento’ del vino italiano ed è tutt’ora sulla breccia. Uomo dai grandi intuiti commerciali (vendere lo diverte), ma pure capace di inventarsi vini di successo partendo sì dal mercato, ma poi trovare le migliori soluzione viticole ed enologiche per raggiungere l’obbiettivo.

Due esempi:

– Il Grigio, spumante nato nel 1971, che divenne in breve un vino di tendenza, arrivando ad oltre 450.000 bottiglie prodotte l’anno.

– L’intuizione che l’uva di Ribolla gialla potesse essere un’ottima base per spumanti di alta qualità. Iniziò a sperimentarla alla fine degli anni Settanta e ne fece un brut simbolo della versatilità di quest’uva. Tra l’altro ridisegnando il metodo Charmat fino ad arrivare a quello che viene definito metodo Collavini. Ribolla gialla brut che ha saputo collocare sulla fascia dei migliori “Metodo classico” d’Italia. Insomma: un insaziabile innovatore.

Nel primo “Catalogo Bolaffi dei vini del mondo. Il Gotha dei vini” del 1968, di Luigi Veronelli, avevi ben tre vini: Malvasia, Picolit e Ribolla gialla. Tre varietà autoctone prodotte nell’ex Tenuta Catemario Quadri, che avevi acquistato nel 1966, a Gramogliano di Corno di Rosazzo. Poi hai aperto la strada alla Ribolla gialla come base spumante. Cosa pensi della situazione che si è venuta a creare con questa “tua” varietà autoctona?

“Il successo del Pinot grigio – durato 40 anni e che ha sistemato economicamente l’enologia del Friuli Venezia Giulia – era normale fosse destinato a perdere d’importanza o perlomeno a veder ridurre i guadagni che ci aveva garantiti. Quando ho incominciato a sperimentare la Ribolla spumante (fine anni Settanta, N.d.A.) speravo che quest’uva potesse sostituire il Pinot grigio, con un vantaggio in più: che era autoctona. Ma per farlo andava protetta ed era necessario impostare un piano di comunicazione e marketing ad hoc, oltre che darci delle regole sullo stile del vino fermo, oltre che dello spumante. Tentai pure di suggerire, anni fa, una Doc Friuli per lo spumante, sul modello Franciacorta e Doc Trento. Nulla da fare. Poi arriva il recente, macroscopico errore di piantare 2200 ettari di Ribolla gialla in pianura in pochissimi anni, senza aver prima né studiato né sperimentato la sua adattabilità a quel microclima. Bastava parlassero con i vignaioli della collina per scoprire che quest’uva non regge in quell’area. Così, tra il 2020 e 2021, potremmo avere sul mercato una potenzialità produttiva pari a 25 milioni di bottiglie. Non serviva essere professori per capire che era una follia. Bastava solo usare la saggezza contadina per intuire che i prezzi sarebbero crollati e che quell’uva non avrebbe dato i risultati qualitativi sperati. Come puntualmente è avvenuto con la vendemmia 2019. Quando, alla fine del 2017, fui invitato alla fiera Rivis di Pordenone per parlare ad un convegno sulla Ribolla, ascoltai con grande interesse la ricerca di Nomisma su tale vino, che risultò essere al vertice dei bianchi friulani ed uno dei più apprezzati d’Italia.

Fantastico, verrebbe da dire. Solo che quella reputazione non è stata costruita dai produttori dei venti e passa milioni di bottiglie in arrivo nel 2020-2021, bensì dai vignaioli delle aree collinari a terreni marnosi, che corrispondono alle Doc Friuli, Colli Orientali e Collio. Quel patrimonio d’immagine accumulato è ciò che di migliore possano costruire le aziende di un territorio, che si traduce in un incremento del valore sul mercato delle bottiglie e del business delle cantine. Un patrimonio che ha generato il successo di questo vino, grazie ai tanti produttori della collina e che ora arrischia di essere dilapidato impunemente, con un’alta probabilità di dare un colpo mortale ai quasi ottocento anni di storia di questa nostra varietà autoctona. Possiamo permettercelo? Noi diciamo di no!”.

Da dove parte questa nostra difficoltà a relazionarci con i mercati?

“Mi torna in mente quanto dissi all’Assessore all’agricoltura Comelli, (colui che promulgò la legge regionale n. 29 del 1967, grazie alla quale il vigneto specializzato passò dal 23% al 97%, gettando così le basi del futuro successo dei nostri vini, N.d.A.) che incontrai alla Fiera del vino di Cividale (siamo a metà degli anni Sessanta del secolo scorso) e che mi chiese cosa ne pensassi della politica di aiuti alla viticoltura con la legge regionale n. 29. Risposi: vanno bene i finanziamenti, ma bisognerebbe sapere dove andiamo e con che strategie. Ebbene: dopo oltre 50 anni siamo ancora lì: non abbiamo strategie comuni. Non siamo riusciti ancora a trovare il successore del Pinot grigio, che poteva essere la Ribolla ma che, come visto, è stata sacrificata sull’altare del “progetto quantità”. Dovremmo – anche qui è da anni che se ne parla – far partire un progetto ventennale per staccare almeno una parte della produzione dai vini varietali e approdare a quelli di territorio. Nulla. La verità è che non abbiamo saputo gestire il successo, il credito che i mercati ci avevano dato. Basta andare a guardare i prezzi dei vigneti che oggi valgono, in collina, meno della metà di trent’anni fa.

Abbiamo troppe Doc che si accavallano e che hanno creato solo confusione sui mercati. Tra l’altro Doc sotto le cui insegne – Prosecco a parte – si producono gli stessi vini varietali, ma con rese che vanno dagli 80 quintali della collina ai 500 dei varietali senza denominazione in pianura. Onestamente questo non è il modello che avrebbe dovuto adottare una Regione piccola come la nostra e che, proprio per queste scelte scellerate, sta per essere risucchiata dal nostro vicino Veneto, primo produttore di vino in Italia.

Come si fa a spiegare ai clienti stranieri – ai quali per forza di cose è necessario andare a vendere – chi siamo, dove siamo e come siamo? La risposta? Una regione vinicola priva d’identità, che è il vero e più importante valore a cui deve ambire un’area vinicola di pregio.

Per concludere, credo sia necessario che i produttori di buona volontà, coloro che hanno dimostrato di possedere il prezioso dono della lungimiranza – perché ce ne sono ancora – debbano farsi carico di questi problemi, per sedersi ad un tavolo con le Istituzioni e assieme riprogettare il futuro vinicolo del Friuli Venezia Giulia. Altrimenti saranno guai seri”.

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