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Marco Fantinel

Abbiamo un potenziale enorme, in particolare nelle zone di collina

La Fantinel vini è la prima azienda privata per fatturato del Friuli Venezia Giulia. Fantinel S.p.A. con 18.000.000 di euro che, sommato a quello de La Roncaia società agricola pari a 2.100.000 euro, arriva a 20.100.000 €. Gli ettari di proprietà ed in conduzione sono 300, suddivisi tra Doc Collio (a Vencò), Prosecco e Grave. Sede e cantina a Tauriano di Spilimbergo, mentre la cantina degli autoctoni è a Cergneu di Nimis. È presente in 93 Paesi con un peso del 70% all’estero. Mercati più importanti: USA, Gran Bretagna, Russia, Giappone, Dubai-Abu Dhabi, Cina, Indonesia, Brasile. 300 ettari di proprietà ed in conduzione. Bottiglie prodotte 4 milioni.

Marco Fantinel, assieme a suoi cugini Stefano e Mariaelena, sono la terza generazione della storia dei Fantinel, iniziata dal nonno Mario nel 1969, poi proseguita dai figli Luciano, Gianfranco e Loris tutt’ora presenti nelle aziende.
Il settore vino è seguito da Marco, mentre Stefano cura la Divisione Prosciuttifici Testa e Molinaro, azienda storica di San Daniele in produzione dal 1941.

Marco Fantinel è un giovane imprenditore, brillante e molto preparato. Dopo la laurea in International Business Administration a Londra alla European Business School del Regent’s College ed un periodo di studi a Wharton in Usa, si è fatto le ossa andando a vendere vino nel mondo, di certo il migliore master possibile.

Ci sorprendono i risultati economici de La Roncaia, che si dedica alle varietà autoctone, su tutte Ramandolo e Picolit. Si dice che non si vendono più.

“Roncaia produce 9.000 bottiglie di Ramandolo da uve passite il cui vino è affinato in barrique e 60.000 di Ramandolo – a marca Zuccolo – da vendemmia tardiva che fa solo acciaio. Inoltre 3.800 bottiglie di Picolit (appassimento e legno). Siamo presenti nei locali di altissimo livello, come l’Eleven Madison di New York, che fu il primo ristorante al mondo nel 2017 – che serve il nostro Ramandolo al bicchiere e poi al French Laundry in Napa Valley, ma anche al White Rabbit di Mosca (miglior ristorante della Russia) o all’Otto e Mezzo di Hong Kong, al Burj Al Arab di Dubai e in tutti i ristoranti della famiglia Cipriani. E così vale per gli altri autoctoni. Purtroppo è nella ristorazione friulana che non si valorizzano questi vini perché raramente sono serviti al bicchiere”.

I problemi, quindi, sono altri?

“Sì. In 15 anni è cambiato il VignetoFVG. È mancata tutta la programmazione strategica e si è spiantato e ripiantato alla luce di presunti alti guadagni guidati dalla bolla speculativa del Prosecco, senza guardare ad una programmazione ventennale necessaria nel nostro settore.

La pianura è andata: solo Pinot grigio, Prosecco ed ora Ribolla Gialla. Non si trova più del rosso, mentre lo Chardonnay si paga più del Pinot grigio, perché manca. La produzione di Prosecco va per il 70% in Veneto in cisterna, mentre il 30% ai grandi imbottigliatori che tra loro e le canine sociali, stanno facendo un gioco al ribasso insostenibile per noi privati.

Entrambi i vitigni Pinot grigio e Prosecco non sono valorizzati, seppur è risaputo che la qualità delle nostre uve siano notevolmente migliori di quelle venete. I prezzi dei nostri prodotti sono imposti dai produttori veneti, di conseguenza la nostra filiera, che ha anche costi produzione superiori, non è per nulla valorizzata. Qui bisogna intervenire con una strategia di protezione del nostro territorio. Mentre l’area di maggior prestigio – la collina – sta perdendo valore. È troppo piccola e non ha una politica strategica finalizzata al creare un valore, un brand, un asset per le aziende stesse. Non è possibile che un ettaro di Collio valga meno di un ettaro di Prosecco Doc della pianura. Questo la dice lunga sugli errori commessi e la mancanza di una strategia che coinvolga tutti i produttori.

C’è un altro aspetto che va analizzato: mentre fino a tutti gli anni Novanta erano molte le etichette nostrane sul mercato, ora si sono ridotte, in particolare all’estero. Il Friuli è diventato meno interessante. Per cui la proposta è troppo bassa per fare massa critica sui mercati. In altre parole: la presenza dei vini del Friuli Venezia Giulia non si nota, il che ci costringe a spingere molto sul brand aziendale, ma questo non va bene. Dovrebbero camminare di pari passo, marchio della cantina e territorio. Quando guardiamo i dati relativi alla Borgogna ci rendiamo conto dell’abisso tra noi e loro: bastano i valori dei terreni/ettaro – da 1 a 12 milioni di euro – per misurare la differenza”.

Che fare allora?

“Vedo una sola strada: formare un gruppo ristretto di vignaioli di buona volontà che elaborino un nuovo progetto vitivinicolo, che comprenda pure il turismo. Abbiamo un potenziale enorme, in particolare nelle zone di collina, ma anche con le magnifiche ville venete in pianura. Una ricchezza che non sappiamo ancora mettere all’incasso in maniera coordinata. Il turismo del vino – collegato alla ristorazione e agli artigiani del gusto – può aiutare molto a far crescere nel mondo l’immagine e la visibilità dell’intero territorio, vino compreso. Per me dovrebbero andare sempre a braccetto: vino, cibo, territorio; le Langhe ne sono un esempio. La mia compagna Sonja Jaric è di Banja Luka e con la mia famiglia frequento spesso i Balcani ed in particolare l’Istria ed il Montenegro. Sia in Serbia, ma soprattutto in Croazia, puntano sul vino collegato al turismo in maniera molto decisa, ma basta osservare anche la vicina Slovenia. Non dimentichiamo Trieste, città che, col suo porto vecchio, una volta recuperato per intero, potrebbe attrarre un turismo di alta qualità e noi del vino dovremo esserci.

Infine:
-Si debbono fissare dei prezzi minimi sotto i quali non si possa vendere, così da superare una volta per tutte quello che è un nostro antico limite. Utopia? Probabile. Sta di fatto che servirebbe, eccome se ci servirebbe.
-Inoltre facilitare la creazione di un’unica area collinare – Carso, Colli Orientali e Collio – dove poter applicare il sistema delle Doc della Borgogna che prevede di mantenere sì quelle attuali, ma anche di far emergere le sottozone per uscire – con i vini di maggior prestigio – dal nodo scorsoio dei vini legati al nome del vitigno. Certo: una partita lunga, ma se mai non cominciamo.
-Le nostre divisioni sono anacronistiche e vanno superate con buon senso e pragmatismo”.

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È un progetto realizzato per Camera di Commercio di Udine e Pordenone da Walter Filiputti e Tundra Studio.

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