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Marko Primosic

Quel che è certo è che abbiamo necessità di alzare la piramide qualitativa per creare ai vertici vini griffati

Il padre, Silvan, è tra i fondatori del Consorzio Collio, tutt’ora operativo in azienda assieme ai figli Boris e Marko. Proprietari di 32 ettari in Collio, producono 250.000 bottiglie che esportano per il 63%.

“Da bambino, ci dice Marko, giocavo sulle damigiane”. Estroverso, piacevole conversatore, Marko ha una non comune capacità di analisi delle dinamiche che governano il mondo del vino e del Collio in particolare. “Anche il vino, che ci sembrava potesse mantenere intatto il suo distacco dalle dinamiche che via via coinvolgevano gli altri settori, è entrato nella logica industriale, come la moda, dove il brand è più importante del prodotto. Siamo passati dal vino vissuto come sostanza alimentare, poi edonistico, per poi entrare nell’ambito delle dinamiche del lusso. Il problema nostro è che abbiamo pochi brand nel vino e questo in tutt’Italia. E chi non ha saputo costruire un marchio forte che fa?

A mio parere ha due alternative: la prima di rafforzare – e quindi legarsi – alla denominazione (se ne ha una di valore). La seconda di puntare sul binomio del vino-vitigno autoctono, di cui l’Italia è ricca. Attenzione però: non tutti gli autoctoni hanno diritto di esistere. Ovvero in un mondo sempre più affollato e complesso non basta essere autoctono per avere successo. Serve ben altro: oltre alla qualità molto elevata (data per scontata), serve una visione strategica ed una politica di vendita adeguata. Certo che riuscire ad unire una buona e forte denominazione all’autoctono è un buon punto di partenza che ti permette di entrare nelle carte dei vini che contano.

La nostra regione è ormai sempre più colonizzata dal Pinot grigio e dal Prosecco, con dinamiche strettamente commerciali governate dalle grandi aziende del Veneto che hanno fatto una perfetta azione win-win (vincente-vincente) rivolta al mercato. Di fatto la nostra regione inclusa la “dormiente collina”, oramai espropriata dalla locale Ribolla gialla, non risulta essere più protagonista. L’esempio del Pinot grigio è eclatante: il Collio ha ancora un terzo dei vigneti di tale varietà. La collina ha i prodotti più interessanti, ma non è più sotto i riflettori e sta perdendo valore (confermato dalla riduzione dei prezzi dei vigneti)”.

Che fare?

“Bella domanda. Collio e Colli Orientali contano circa 400 produttori per la maggior parte piccoli. Le grandi aziende, forti della loro forza distributiva e del marchio, coprono tutti i mercati con diverse denominazioni. E noi piccoli? Per reagire alla omologazione dei mercati e del gusto non ci resta che la specializzazione. Continuare a produrre con Doc che suscitino interesse e non disperdersi. Era il progetto che per due anni si è discusso in Collio: innalzare a Docg sei varietà per dare un segnale forte: tre autoctoni e tre internazionali. Non s’è fatto nulla. Alternativa: forse un solo vino – Doc Collio bianco – ma con molto coraggio!

Quel che è certo è che abbiamo necessità di alzare la piramide qualitativa per creare ai vertici vini “griffati” di carattere e grande personalità, che poi facciano recuperare valore e riconoscimento sul mercato alle bottiglie della collina. La nostra azienda famigliare – che ci vede tutti impegnati da nostro padre Silvan a mio fratello Boris – è a Oslavia, cru del Collio e i cui produttori si sono dati un protocollo originale di vinificazione al di fuori del disciplinare e molto più restrittivo. Fatto per raccontare al mercato la storia di Oslavia in maniera originale, puntando sulle diverse interpretazioni del nostro principale autoctono: Ribolla gialla vinificata sulle bucce. Il problema è che deve ancora entrare nel sistema delle Doc (forse un giorno)”.

Le sottozone?

“Altro tema sul tavolo del futuro immediato. La nostra cantina, ad esempio, ha scelto da anni di non incrementare i volumi, ma di specializzarsi con una produzione in controtendenza all’esclusivo vino bianco giovane d’annata. Accanto ai due autoctoni proponiamo annate di bianchi importanti. Ora ne abbiamo ben cinque in listino che hanno richiesto, per anni, importanti investimenti. Il mercato ci sta premiando: sono i primi vini che vanno in esaurimento.

Il Pinot grigio in collina? Non solo buono, ma buonissimo; solo che deve combattere con un mercato in continuo ribasso causa una guerra dominata dai grandi imbottigliatori!.

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