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  • Collio, Docg Rosazzo, F. Colli Orientali

Maurizio Felluga

Parlare solo di vino non basta

È l’azienda privata friulana che ha il terzo fatturato, dopo Fantinel e Jermann, con oltre 10 milioni di euro e una produzione di circa un milione di bottiglie. Presente sui mercati di tutto il mondo, il suo export conta per il 55%.

Livio Felluga fu il “Patriarca” (la definizione è di Isi Benini) del Rinascimento del vino friulano. Sede e cantina a Brazzano – con 155 ettari di vigneti, per la maggior parte a Rosazzo, nella omonima Docg e alcuni in Collio – è anche conosciuta come la cantina della “Carta geografica”, che Livio si era inventata nel 1956 per raccontare dove erano le sue vigne. Forse fu la prima, vera comunicazione del terroir e della necessità di farlo conoscere per dare maggior valore e identità al proprio vino.

Della Livio Felluga Maurizio è l’anima commerciale oltre ad essere stato l’ispiratore del vino simbolo aziendale, il Terre Alte, un’icona dell’enologia nazionale.

Maurizio sembra un vignaiolo deluso, quasi rassegnato per la china che ha preso il vino friulano. Lui che, fin da quando aveva 25 anni, ha varcato l’oceano per impostare i vini di papà Livio negli Stati Uniti e poi sui mercati più importanti, Italia compresa. Per cui la sua testimonianza è quella di una persona, ancor giovane e impegnata nel lavoro, che ha vissuto tutta l’epopea della nostra enologia moderna.

“Dopo i primi successi ci siamo fermati. Manca lungimiranza. Parlare solo di vino non basta. Ciò di cui abbiamo necessità è allargare l’angolo visivo della nostra regione per mettere d’accordo gli uomini affinché recuperino quel senso di appartenenza che sembra svanito, quell’orgoglio del territorio che forse non viviamo più come un fattore strategico. Abbiamo bisogno di gente che abbia una solida base culturale. In tempi recenti abbiamo subito un vero e proprio oltraggio al buon senso: mi riferisco a come sono stati dilapidati i fondi che erano stati stanziati per il rilancio del Friulano, ex Tocai. Certamente una delle peggiori pagine della nostra Regione autonoma. Lo ricordo perché ritengo che in quella occasione ci sia stata colpa anche di noi imprenditori che abbiamo abbandonato la partecipazione alla vita pubblica, un errore da non ripetere”.

E ora, che fare?

“Servono uomini illuminati, anche provenienti da mondi esterni al vino, che abbiano la capacità di coagulare l’eterogeneo scenario che rappresenta il vino friulano. Non omologare, e quindi appiattire, bensì proporre una sintesi della affascinante diversità che in regione siamo in grado di offrire.

È urgente costruire un sistema dove si torni a parlare di territorio, o meglio di territori, essendo la realtà della nostra regione così articolata.

Poi c’è il tema che riguarda la dimensione delle nostre aziende. I piccoli vignaioli rappresentano un tessuto di conoscenza e tradizioni viticole indispensabili, che non vanno abbandonate. È certo che si debbano trovare dei punti di aggregazione per affrontare le sfide che il mercato globale ci impone. Potrebbe essere un tema centrale dei nostri consorzi, quando questi fossero in grado di esprimere una strategia, una visione commerciale. È necessario mettere anche le aziende più piccole in condizione di prosperare, è un problema anche di ordine sociale e di conservazione del nostro territorio. Dobbiamo essere pronti a sostenere questo sforzo che prima di essere economico è mentale. Il fatto che siamo un popolo di diffidenti non depone a nostro favore.

Ho speso la mia vita lavorativa viaggiando per il mondo con la borsa in mano a vendere vino e, dopo 50 anni, mi vedo ancora costretto a dire che vengo da near Venice. Sono sempre più imbarazzato perché mi chiedo come facciamo ad essere produttori di vino che ambiscono ad un ruolo di vertice nel mondo, senza essere ancora riusciti a raccontare da dove veniamo e quindi, in definitiva, chi siamo”.

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