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Robert Princic

La vera viticoltura è tradizione, passione, continuità

L’azienda agricola Gradis’ciutta è a Giasbana, ha 35 ettari di vigneti in Collio. Produce circa 200.000 bottiglie. Quota export 45/50% in 15 Paesi.

Due modelli un contro l’altro armati? Viticoltura artigianale contro quella industriale?

“Non si può, per salvare il mondo agricolo in generale, rovinare al contempo un’economia vitivinicola di pregio che ha fatto conoscere il Friuli Venezia Giulia nel mondo. Purtroppo è quello che, invece, in questo momento sta accadendo per una serie di ragioni, tra cui la mancanza di una vera programmazione e della volontà di capire dove è giusto piantare vigneto e dove è giusto mantenere altre tipologie di colture. Ciò che sta accadendo con il Prosecco e la Ribolla significa solo questo: nella nostra viticoltura è entrata la speculazione. Non mi meraviglierei se, tra qualche anno, ci ritrovassimo nei nostri “paesaggi” vigneti abbandonati, come già fatto con i capannoni. Perché guadagnare 20/25mila € ettaro/anno netti non è certamente facile e nessuna industria lo può fare con la stessa facilità: quando non sarà possibile raggiungere determinate reddittività, inizieranno però i problemi. Per me la vera viticoltura è tradizione, passione, continuità, saper affrontare e accettare annate più prospere e altre meno: è giusto ovviamente mantenere la redditività della propria impresa, senza però snaturare la produzione. È questa la realtà del Prosecco ed è quello che sta succedendo con la Ribolla, che si rivelerà un boomerang per chi specula sul lavoro fatto dai viticoltori artigiani, i quali hanno avuto la sensibilità e la capacità di riscoprire un vitigno che quarant’anni fa rischiava di scomparire. Questi viticoltori, specialmente nei territori di collina, hanno speso la vita per produrla e per raccontarla. L’ossessione della produzione industriale, invece, rischia di distruggere l’immagine che il Friuli Venezia Giulia si è costruito quale “territorio di grandi vini bianchi e di grande qualità”. La Ribolla, da un mio punto di vista, poteva essere una grande occasione per la collina e forse questo vitigno negli anni sarebbe potuto diventare il punto di riferimento qualitativo, ma anche quantitativo. Se si fossero fatte delle scelte ponderate, infatti, avrebbe potuto diventare davvero il vitigno caratterizzante della collina, dandole un’identità forte e precisa per imporsi sul mercato: in qualche modo un ritorno alle origini.

Le Doc hanno proprio questa funzione: fotografare il territorio, a partire dalla terra, dal clima e dal vitigno e individuare la vocazione di ogni singola zona. Non ovunque si possono coltivare gli stessi tipi di vitigni perché non sempre si adattano a terreni e climi diversi rispetto a quelli di origine. Sta a noi viticoltori capirlo e disegnare il nostro futuro, anche se vista la situazione forse dovremo ricominciare nuovamente da capo”.

Resistenti o resilienti?

“Rispondo con la parola prudenza, concetto che non esclude la sperimentazione. Tutt’altro.
Le varietà resistenti cambiano il modello di viticoltura, in quanto maturano molto prima e sono tendenzialmente molto produttive. Maturando presto rischiano di non beneficiare delle escursioni notte-giorno che caratterizzano, sotto un profilo aromatico, i nostri vini. Riguardo alla produttività, mi spaventa una possibile ingordigia da parte dell’uomo (lo stiamo vedendo nei casi di Prosecco e Ribolla).

Credo sia giusto mantenere e preservare il prezioso patrimonio genetico delle viti vecchie e delle varietà tradizionali che ci legano con il terroir e con la nostra storia. Non voglio escludere nulla, ma ritengo ci voglia molta attenzione e prudenza. Opto quindi, al momento, per la resilienza.

Diversi anni fa in zona Pradis ho visto, in un vigneto sperimentale, un filare test in cui non era mai stato fatto alcun trattamento anticrittogamico: viti e uve sane, era tutto perfetto! Il tutto mi ha fatto riflettere a intraprendere la strada verso il biologico: una direzione presa nel 2008, durante un’annata difficile nella quale ho iniziato a sperimentare su una parte di superficie aziendale. La viticoltura biologica in collina è più facile grazie alla ventilazione e al clima ottimale o forse anche perché la natura ci indica che la collina è il territorio dove la vite cresce e produce secondo natura.

Nella viticoltura convenzionale i trattamenti vengono fatti a prescindere, molto spesso a calendario, partendo con l’idea di non dover rischiare niente. C’è la mania di eliminare a tutti i costi ogni macchiolina di peronospora, non lasciando che la pianta reagisca e si difenda da sola (e le armi le ha). È come prendere un antibiotico per ogni piccolo malessere. Alla fine devi sempre aumentare la dose. Se la pianta è in equilibrio, il più è fatto. Chiaramente non è facile e credo che il percorso per arrivare alla perfezione sia ancora lungo e tortuoso, ma indubbiamente raggiungibile”.

Doc Collio. Quali le evoluzioni?

Ci mancano ancora le sottozone e vanno fatte per completare la piramide della qualità. Ma soprattutto è necessario ancor prima dare maggior forza alla denominazione che ci rappresenta, quindi al brand “Collio”. Anche con la Docg. La parola “Collio” deve essere in primo piano, mentre ora si privilegia ancora il nome della singola azienda, dimenticando quanto è importante il territorio di origine. Molto spesso addirittura viene posizionato il nome della nostra Doc in retro etichetta. O ancora usando le varie Igt, non contribuendo a far crescere il territorio nel quale si produce. Invece, più vale la denominazione più valgono i vigneti! Basta pensare a molte etichette di Barolo o anche Champagne, Bordeaux o Borgogna dove il nome della denominazione è in primo piano ed in grande. Oltre a tutto non abbiamo un vino immagine, per cui non resta che rafforzare la denominazione: il Collio è una specie di Alsazia, caratterizzata da tanti vitigni, che però vorrebbe essere Borgogna, dove il nome della zona è prevalente su tutto. Pertanto non ci sono alternative: far crescere la Denominazione a partire dal nome “Collio”, che è strategico. Come fare? Tutti un passetto indietro, sedersi dietro un tavolo e delineare un percorso comune e strategico che proietti tutto il territorio, e non solo le singole aziende, ai prossimi 50 anni. Nel contempo ci si deve raffrontare continuamente con l’esterno, con tutto quello che sta succedendo attorno a noi, in Friuli Venezia Giulia, in Italia ed in giro per il mondo.

Io ho, e sempre ripeterò, il concetto che se si vuole crescere le aziende di piccole dimensioni devono capire quelle grandi e viceversa. Oggi il territorio del Collio è sano, ma da un mio punto di vista potremmo stare molto meglio, perché il potenziale di questa zona è ancora da scoprire”.

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È un progetto realizzato per Camera di Commercio di Udine e Pordenone da Walter Filiputti e Tundra Studio.

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