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Roberto Felluga

Per una viticoltura sostenibile

Roberto Felluga è il titolare dell’azienda Marco Felluga-Russiz Superiore. 158 ettari vitati in Collio. Produce 780.000 bottiglie. Quota export 38% in 50 Paesi.

La Marco Felluga è tra le aziende friulane che hanno contribuito a finanziare le ricerche fatte dall’Università di Udine sulle varietà resistenti, per cui il tema della sostenibilità è nelle corde di Roberto.

“Già da tempo abbiamo eliminato diserbi e concimi chimici: parte del concime lo produciamo noi col materiale organico, erbe soprattutto, che viene poi distribuito assieme allo stallatico sano. Per quanto concerne i trattamenti nei vigneti, nel 2014, dopo lunghe ricerche fatte con alcuni collaboratori, entriamo in contatto con un’azienda americana che produce sistemi di depurazione delle acque per le piscine e che stava studiando come eliminare il cloro quale disinfettante. La ricerca ci porta a confermare che l’ozono ha una potente funzione contro i patogeni della vite, ma il suo effetto dura pochi secondi. Finalmente si costruisce una macchina che sta dentro un normale atomizzatore che si usa per i trattamenti alle viti. Riempito d’acqua, nella fase di uscita, l’attrezzo la ozonizza, rendendola immediatamente capace di svolgere un’azione sanitizzante sulla vite. Un effetto che si protrae per poco, ma con importanti effetti positivi. Dall’inizio della stagione 2017 stiamo usando questo processo su alcuni vigneti a Russiz Superiore. Siamo di fronte a una scoperta rivoluzionaria. Assieme ad altri prodotti naturali quali alghe, tannini, funghi antagonisti stiamo andando verso una viticoltura sempre più sostenibile ed in equilibrio con la natura.

In attesa che la burocrazia italiana ed europea ci permetta l’utilizzo delle viti resistenti ottenute da cisgenesi, restiamo fedeli alla selezione massale nei vigneti, che ci ha consentito di migliorare costantemente la qualità delle piante e quindi delle uve e dei vini, tanto che possiamo affermare che il nostro Pinot grigio delle zone collinari può essere a tutti gli effetti considerato una varietà autoctona, per come si è integrato col nostro territorio. E ciò sta alla base del successo di questo vino: qualità ed ora anche longevità, il che la dice lunga sulle potenzialità di quest’uva”.

A dimostrare la concretezza di questa tesi, la Marco Felluga produce, accanto a quello d’annata Doc Collio, il Pinot Grigio Mongris Riserva, sempre Doc Collio, alzando l’asticella della qualità per entrare nel settore dei vini bianchi longevi e in tal modo esprimere la sua potenzialità (al Mongris Riserva 2016 Wine Spectator – maggio 2019 – gli ha assegnato 92 punti). Il 100% del mosto viene fermentato in carati di rovere da 5 hl. Il vino viene lasciato riposare circa due anni sui lieviti e qualche mese in bottiglia.

Il Pinot grigio Doc Delle Venezie

“Confesso che non ci credevo molto, mentre, alla fine, è stata una buona scelta. Noi non adottiamo questa Doc, ma vengono diminuite le rese/ha in annate abbondanti e si è arrivati al blocco degli impianti così da tenere sui prezzi. Pertanto oggi i vignaioli possono disporre di tre Doc via via restrittive per la quantità/ha: partendo da quelle classiche (per noi il Collio) al cui interno ci sono le sottozone; poi la Doc Friuli, sempre rappresentativa della Regione; quindi Delle Venezie. Importante che quest’ultima non sia diventata la valvola di scarico, infatti non si può passare dalla Doc Collio a quella Delle Venezie. Modello da mantenere in futuro”.

La cucina italiana nel mondo

“Noi produttori non ci ricordiamo quanto la ristorazione italiana all’estero ci sia stata di aiuto. Lo si nota immediatamente in Cina, dove non abbiamo punti di appoggio per la promozione. Le Istituzioni dovrebbero facilitare l’apertura di scuole di cucina italiana in Russia, Cina e paesi del Far East in generale. Se noi abbiamo un buon mercato in Giappone, è grazie alla cucina italiana e ai tanti chef giapponesi che sono venuti a fare lunghi stage da noi”.

Creazione di valore. “Per capire quanto c’è da fare basta guardare il rapporto dei prezzi medi export tra la Francia e l’Italia: quasi uno a tre”.

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