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Agricola Gregorat

Sappiamo benissimo che, oltre alla qualità, per combattere
la concorrenza straniera in particolare, bisogna essere precisi

Un'azienda di famiglia a Campolongo

L’Azienda Agricola Gregorat, di proprietà della famiglia omonima – capitanata da Loris Gregorat e sua moglie Licia assieme alle figlie Elisa e Anna – ha sede a Campolongo al Torre. Lavora 750 ettari di terreni, perlopiù in affitto, coltivati a mais per il 60%, a soia per il 20% e la restante parte a frumento. Ne parliamo con Elisa, laurea in Agraria a Udine, che con la sorella Anna rappresentano un po’ i jolly in azienda, per le diverse mansioni che svolgono: dalla gestione in generale, contabilità compresa, alla messa a punto del cronoprogramma per le semine. Non manca la parte più fastidiosa: l’incombente e sempre più pesante burocrazia che, dice Elisa, è diventata insopportabile.

La prima curiosità è data dal cospicuo numero di ettari lavorati:

“È stata una crescita continua. Molti nostri clienti storici (accanto all’Agricola, c’è anche un’attività conto terzi, seguita dalla mamma, come tra poco dirò) hanno, via via, deciso di non seguire i terreni direttamente o perché impegnati in altri lavori, oppure in quanto le proprietà erano insufficienti a garantire una certa redditività lavorandole in proprio. Con l’odierna meccanizzazione e metodi di agricoltura innovativi, 750 ettari non sono poi tantissimi. Hanno il vantaggio di permetterci di avere una massa critica per servire clienti importanti e che pagano puntualmente”.

Chiediamo anche se in Regione sentono la mancanza di una filiera completa, che parta dalla produzione per arrivare alla trasformazione e vendita. Elisa ci risponde in maniera sconsolata:

“È un grande limite della nostra Regione, che ora si è ridotta ad essere solamente area di produzione, lasciando agli altri la parte più ricca, quella legata alla trasformazione e al commercio. Non a caso il nostro cliente più importante è in Veneto, i Mulini Ceggia, ai quali conferiamo la maggior parte del nostro prodotto. La nostra filosofia aziendale è sempre stata quella di puntare all’alta qualità che richiede una meticolosa gestione di tutti i particolari del nostro lavoro. Che vuol dire anche una gestione di impronta familiare verso i nostri collaboratori.

Col Mulino Ceggia collaboriamo in maniera molto stretta, in quanto loro ci indicano le varietà da piantare e le tabelle da rispettare, sapendo che noi garantiamo, anche grazie all’esperienza e alla tecnologia che adottiamo, i loro elevati standard di qualità. Ciò è dato certamente dalla passione che ci mettiamo, ma anche dai cospicui investimenti che abbiamo fatto e continuiamo a fare sulle macchine, sull’elevata tecnologica applicata e la costante ricerca. Usiamo l’agricoltura di precisione ormai da anni, anche nell’ottica di un miglioramento della sostenibilità ambientale. Il nostro parco macchine è costosissimo e va ammortizzato e così torniamo agli ettari necessari per poterlo fare. I nostri prodotti vengono poi trasformati in farina di polenta, in farina per i tacos, che vanno in Spagna e in Sudamerica, oppure per fare i corn flakes, ma anche la pasta per celiaci.

Sappiamo benissimo che, oltre alla qualità, per combattere la concorrenza straniera in particolare, bisogna essere precisi. Ovvero: dare prodotti ben preparati e privi di tossine in quanto la nostra produzione, per la maggior parte, va all’alimentazione umana.

Nel ribadire che l’opprimente burocrazia non è più compatibile con una piccola azienda perché non la può sostenere, il grande, enorme problema che abbiamo di fronte, verso il quale ci troviamo soli e impotenti, sono i cinghiali. Assistiamo a un indecoroso rimpallo tra politici, cacciatori e animalisti, con la situazione che sta peggiorando fino a diventare ingestibile. Anzi: possiamo dire che è degenerata. Tutti i nostri terreni sono nel raggio di 15 km, ai margini dei torrenti Torre e Versa e vicino all’Isonzo ricchi di vegetazione, dove i cinghiali si nascondono di giorno per uscire a fare le loro razzie di notte. Il danno è doppio: oltre a perdere la prima semina, spesso ci obbligano a rifarla aspettando l’apertura della caccia, che arriva il 15 di maggio, in quanto la presenza dei cacciatori li tiene lontani. Il problema sorge in quanto il ritardo può spostare il ciclo vegetativo o, con l’arrivo del caldo, aumentare il rischio di stress del mais e il conseguente aumento delle tossine, che dobbiamo evitare. Risultato: la qualità del raccolto può essere deprezzata. Facendo un calcolo, così a spanne, i cinghiali possono costarci oltre € 100.000 all’anno. Il che grida vendetta al cielo: come è possibile che, per l’incuria del legislatore che non sa o non vuole affrontare il problema, si possano buttare al macero tanti soldi e tanti sacrifici?”

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