Daniele Castagnaviz coltiva i suoi 28 ettari a seminativo a Risano ed è anche presidente della Cerealicola Vieris con sede a Castions di Strada che conta 369 soci. Parla con tono pacato, ma preciso: “Stiamo lavorando alla fusione con la Cooperativa Morenica di Fagagna, 494 soci che, sommati a quelli di Vieris, diventerebbero 863, superando gli 11.000 ettari di seminativo che vanno da Fagagna alle colline di Buttrio fino a Marano Lagunare. Anche il nome della nuova cooperativa manda un forte segnale sulla necessità di fare assieme: Granaio friulano, aperto anche ad altre realtà. L’obbiettivo è raggiungere una massa critica che ci permetta di garantire costanti forniture di qualità, come chiede il mercato.
La fusione, che era stata programmata nel momento del Covid, è stata rinviata e si farà tra gennaio e febbraio del 2021.
“La verità”, osserva con tristezza Daniele Castagnaviz, “è che ci siamo seduti sugli allori per troppo tempo, convinti che l’oro giallo della nostra pianura fosse una miniera inesauribile, ma tale non era, ovviamente. Nel 1971 nasceva, a Lauzacco, il primo degli oltre dieci essiccatoi che l’allora Amministrazione regionale, sospinta dal commendator Mario Lucca, direttore dell’ERSA e presidente del Consorzio Agrario, avrebbero costruito. Di fatto una cooperativa per l’essicazione del mais poi assorbita (nel 1997) dalla Cooperativa Cerealicola Vieris, nata nel 1976 per fare, già allora, massa critica. Solo che quel progetto doveva avere due fasi:
- la prima, quella della costruzione degli essiccatoi, è stata completata. Opera eseguita a regola d’arte.
- la seconda, che prevedeva di completare la filiera con la trasformazione dei prodotti per mettere in piedi un mangimificio, non è stata nemmeno avviata.
Ecco dove sta il grave errore.
L’allargamento dell’UE ad Est ha contribuito al disastro, in quanto il prezzo del mais lo ha fatto, fino a due anni fa, la piazza di Budapest ed ora quella dell’Ucraina. Questa porta il mais, franco porto di Ravenna, a 170 € la tonnellata, quando noi, per sopravvivere, dovremmo venderlo almeno a 180, pur producendo circa 200 q.li ettaro. Da qui la necessità di dar vita a Granaio friulano attraverso cui potremo offrire una vasta gamma di prodotti: dai vari tipi di mais (bianco, giallo, suddiviso in zootecnico alimentare, senza dimenticare il non conforme destinato all’uso energetico), al frumento di forza (quello panificabile), al frumento misto rosso adatto a più lavorazioni, compreso anche l’uso zootecnico. Quindi orzo da birra e orzo zootecnico, colza e girasole per gli oleifici, pisello proteico e sorgo per la zootecnia, soia normale e quella destinata alla produzione di latte di soia.
È il caso di dire che abbiamo perso il momento giusto e la causa primaria è la nostra avversione a fare sistema. L’esempio di come vengono gestiti i soldi del PSR spiega tutto: il metodo è dividere i soldi in tanti rivoli per accontentare molti. Dovrebbero aver capito che così non andremo da nessuna parte. Tant’è: continuiamo a preferire l’uovo oggi che la gallina domani. Attenzione però, che non basta più fare cooperative solo per produrre, ma è necessario aggiungere altri quattro obbiettivi.
- La cooperativa deve diventare anche “agromeccanica”, ovvero saper mettere assieme le attrezzature, che sono costosissime, per dare razionalità al sistema ed abbassare, in maniera consistente, i costi di produzione.
- La cooperativa deve diventare di conduzione e non cristallizzarsi sul conferimento. La differenza è sostanziale, perché la causa della difficile situazione che oggi viviamo nasce dalla distorsione originata dal fatto che i soci del tempo evitarono di diventare imprenditori: “tanto chi ce lo fa fare per i soldi che si guadagnano lavorando sì e no due mesi l’anno?”. Fu così che, sparita o quasi la zootecnia, siamo diventati subfornitori di chi trasforma, nessuno dei quali lo fa in Friuli. Se pensiamo che la nostra struttura di essiccatoi potrebbe lavorare 40mila quintali di mais verde al giorno e ne tratta invece 25mila mi vengono i brividi. Noi, in questo momento e se non cambiamo, rischiamo seriamente di mettere a repentaglio il nostro patrimonio. Perciò è assolutamente necessaria una mentalità imprenditoriale: da conduzione, appunto. Lo hanno pur fatto i vignaioli!
- Trasformazione. Se l’agricoltore non trasforma ciò che produce, regala la parte più consistente della filiera a chi lo fa, il quale diventa, a sua volta, il vero padrone del settore produttivo. Per restare al paragone col vino, è stata questa la grande sfida vinta: tenere tra le proprie mani la vendita. L’unico esempio che abbiamo in Friuli è la cooperativa di 9 soci Blave di Mortean, che oggi lavora circa 2.500 quintali di granella l’anno. Bravi loro, me è tutto lì ciò che abbiamo saputo esprimere? Possibile che nessuno li abbia imitati?
- Poi c’è il bio, in costante crescita e qui si potrebbero ottenere anche prodotti di nicchia. Va abbracciato con convinzione, per non incappare nell’errore fatto, ad esempio, con i fagioli: nel 2017 una multinazionale greca, con stabilimento in Italia, ci contattò per provare a produrre del fagiolo biologico, regalandoci addirittura il seme. Risultato? Su 50 ettari piantati, abbiamo raccolto 110 quintali di fagioli, poco più di due per ettaro. Una vergogna! E perché? Avevano garantito 1.200 € ettaro, premio per coltura orticola biologica prevista dal PSR, indipendentemente dal risultato. Così hanno piantato e poi non ci hanno più pensato. O meglio: lo hanno fatto, ma solo per andare ad incassare l’obolo.
Il biologico potrebbe dare valore ai nostri prodotti, con buoni margini di guadagno. Ma servono progettualità, impegno, orgoglio di fare meglio degli altri. Si chiama accettare la competizione, che è la miglior medicina per fare impresa. Altrimenti che si fa? Lasciamo i campi incolti?
Noi agricoltori dovremmo proporci come giardinieri dell’ambiente, quali in effetti siamo nella maggior parte dei casi. Perché serve un’agricoltura che preservi il territorio, che poi è il nostro vero patrimonio. Se lo maltrattiamo, alla fine saremo noi stesso i primi a soffrirne. Vale la pena?”