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Davide e Marco De Munari

Rispetto ambientale, risparmio idrico, ove possibile il biologico e un limitato uso di mezzi tecnici

Produttori di arachidi

La famiglia De Munari arrivava nel 1974 in Friuli dal Veneto, dove i nonni di Davide e Marco era mezzadri. Acquistano un podere di circa 50 ettari nella Destra del Sanvitese, verso Chions: terreni da bonificare a medio impasto tendente all’argilloso.

Con noi c’è Marco:

“Nostro padre, assieme a suo fratello, hanno lavorato questi terreni piantando mais, frumento e soia. Quindi hanno aggiunto l’allevamento di vacche da latte, poi di vitelloni e di vitelli a carne bianca, per riconvertire l’allevamento, tra il 1993 e 1995, con i conigli. In una continua ricerca di produzioni che potessero garantire un reddito dignitoso”.

Dal 1981 il padre di Marco e Davide comincia la coltivazione del tabacco.

“Davide entra in azienda nel 1998 ed io nel 2002. Abbiamo introdotto le mele ed il vigneto, a tabacco coltivavamo circa 30 ettari che ci davano un buon rendimento, mentre oggi gli ettari sono 15 e credo che siamo rimasti gli unici a produrlo in Friuli Venezia Giulia. Fotografando l’oggi, i nostri 50 ettari sono piantati: 15 a melo, 14 a vigna, 8 a nocciolo bio; i restanti destinati a seminativo: soia, mais e frumento. Le arachidi le coltiviamo su terreni in affitto, in quanto, per questa coltura, abbiamo bisogno di terreni sciolti un po’ come quelli dove si coltivano le patate, anche per la coltura del tabacco ci avvaliamo di appezzamenti che conduciamo in affitto.

Bisogna osservare che l’agricoltura 4.0 ha imposto, per fortuna, un notevole cambio di direzione, in quanto ci permette di raggiungere, con maggior facilità, il nostro obbiettivo che è quello di una conduzione sostenibile: rispetto ambientale, risparmio idrico, ove possibile il biologico e un limitato uso di mezzi tecnici, ma anche risparmio energetico evitando alcune pratiche agronomiche, laddove è consentito farlo, come le arature. Questa evoluzione ha richiesto due scelte di fondo:

-dotarsi di nuovi mezzi molto costosi;

-una profonda conoscenza tecnico-professionale degli stessi, oltre alla loro corretta applicazione alle varie colture.

Così, per rispondere a queste esigenze, ci avvaliamo dei terzisti che sono in grado di darci tutte le risposte e assicurarci la buona riuscita delle operazioni in quanto conoscono perfettamente le caratteristiche della loro strumentazione”.

Noi sappiamo che ultimamente voi state valorizzando l’arachide.

“Sì, mio fratello ed io abbiamo sempre avuto, tra le altre, la passione per la frutta secca, tipo noci, nocciole e, da qualche anno, le arachidi. Il nostro progetto era completare in proprio l’intera filiera: produrle, trasformarle e venderle sia nel nostro spaccio aziendale sia direttamente al cliente. Andando avanti ci siamo però accorti che per raggiungere il mercato era necessario avere una massa critica maggiore, da cui la ricerca di colleghi agricoltori disponibili a unire le forze. Da qui la nascita del rapporto di collaborazione con due entità agricole del Veneto, che ha portato a destinare a tale coltivazione 7 ettari. Va anche detto che coltivare arachidi non è una novità in Italia se pensiamo che, nel dopoguerra, avevamo una produzione industriale importante nella pianura Padana. Poi le importazioni provenienti in particolar modo dall’Egitto e dalla Cina hanno reso tutto più difficile, anche se ci sono ancora importanti spazi per prodotti ben curati e biologici ed è in questi che vogliamo entrare. Abbiamo il dovere di distinguerci sul mercato come sta facendo, ad esempio, Israele.

In questa evoluzione ci ha aiutato la conoscenza di Guido Lenarduzzi, un giovane di San Giorgio della Richinvelda che ha creato una cooperativa di agricoltori denominata Grani antichi Friuli Venezia Giulia che parte della selezione di grani antichi di frumento locali per arrivare al prodotto finito: grissini, colombe e focacce pasquali, farine da consegnare ai forni per la panificazione di ristoranti e pizzerie. Lenarduzzi è il deus ex machina della Cooperativa, mentre i soci sono coloro che pensano alla produzione. A nostro parere è questo il modello che debbono seguire le aziende medio piccole come la nostra, per riuscire a tenere in mano la parte più importante della filiera, che non è produrre, bensì vendere a prezzi remunerativi e impostare il marchio. Questa è la sfida che dobbiamo raccogliere e che non è solo della nostra agricoltura, ovvero dei seminativi in particolare, ma sta diventando necessaria anche al mondo del vino, che è individualista per definizione e che ha più di 40 anni di storia di successi. Con il modificarsi dei mercati, però, le piccole e medie aziende stanno soffrendo e dovranno cambiare direzione per imboccare quella delle filiere, sul modello sopra descritto. Altrimenti c’è il serio rischio della loro scomparsa”.

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