• Esperto
  • Udine
  • Allevamento

Graziano Zanello

Dobbiamo diventare simpatici come i produttori di vini

Come da antipatici diventare simpatici

“Noi allevatori siamo diventati antipatici: quando passiamo con i nostri enormi rimorchi di liquame, chi ci incrocia ci suona il clacson con disappunto. Ci accusano di rovinare le strade. Se vendi latte sei percepito come persona sporca, che puzza di stalla, che inquina. Mentre se alle stesse persone ti presenti con una forma di formaggio in mano, ti accolgono con piacere e sorridenti quale portatore di un profumato e buon prodotto tradizionale. Dobbiamo diventare simpatici come i produttori di vini”.

Questo il pensiero, tra il goliardico e il provocatorio, che ha guidato Graziano Zanello ad imprimere un cambiamento radicale alla sua numerosa famiglia di allevatori da diverse generazioni:

“Alcuni componenti della mia famiglia, nell’800, andarono in Argentina. Coi soldi guadagnati tornarono a Talmassons e acquistarono due colonìe – circa 30 ettari – e così fecero ripartire l’azienda zootecnica con seminativi in proprio. Fino alla generazione di mio padre, che aveva fatto la quinta elementare, che fece progredire la famiglia e ci fece studiare (mio fratello Franco ed io ci siamo diplomati periti agrari a Cividale, come professore di zootecnia avevamo Enos Costantini, bravissimo. Alle sue lezioni non volava una mosca. Anche mia moglie, Paola Boaro, pure lei proveniente famiglia di allevatori, lo ebbe come insegnante). Nel 2001 ci trovammo davanti al baratro. Il prezzo del latte era crollato dai 45 centesimi/litro ai 30; lo stesso trattore, che un anno prima pagavamo 80 milioni di Lire, costava 80.000 Euro. Entrava la metà ed usciva il doppio. Non sapevamo che fare.

Le colpe del disastro ricaddero su tutti gli attori del comparto, politici e industriali compresi. Noi coltivatori e allevatori ci siamo seduti sugli allori pensando che, con la nascita dei centri di essicazione di mais e delle grandi cooperative del latte negli anni Sessanta, voluti dalla Giunta Berzanti con Comelli e Lucca e dalle organizzazioni sindacali, i problemi fossero risolti per sempre. Producevamo, portavamo all’ammasso negli essiccatoi, nelle centrali del latte e incassavamo. Ci eravamo solo scordati di leggere lo statuto dei padri fondatori, dove avevano scritto che quello era solo un primo passo e sarebbe stato poi necessario proseguire sulla strada dell’innovazione, in particolare investendo nella trasformazione. Invece noi portavamo all’ammasso non solo i cereali, ma anche il nostro cervello che smise di pensare. Certo ci furono altre concause, ben più pesanti e da noi non controllabili. Dal 1970 in poi si affermò un modello produttivo di stampo industriale americano, senza però disporre delle loro estensioni e di un mercato così vasto. Il mantra era produrre, produrre, produrre sempre di più per abbassare i costi. Certo: la zootecnia aveva fatto enormi progressi. Come detto: mentre tutti attorno guadagnavano, noi allevatori ci indebitavamo, spesso su una strada senza ritorno. In primis le industrie – era il loro obbiettivo – che poi avevano sempre più margini, schiacciandoci con prezzi sempre più bassi. Senza contare la pletora degli addetti ai servizi: commercialisti, consulenti, veterinari, burocrati e via dicendo.

Allora ero presidente dell’Associazione Allevatori e dissi: la colpa è di tutti, per cui ora sediamoci al tavolo per discutere cosa fare. Nulla accadde. Per tutta risposta ci dissero che la gente doveva mangiare sempre a minor costo. Si aggiunsero anche le direttive comunitarie – con il PSR e la PAC – che peggiorarono la situazione. Noi eravamo nuovamente tornati i sotans, i sottomessi, come lo fummo per i secoli precedenti, causa delle grandi emigrazioni. Non avevamo sbocchi, in più ci accusavano, a ragione, d’inquinare. Non avevamo più alcun potere contrattuale. Passammo dalle 100 bestie in stalla alle 200; poi ce ne chiesero 400 e poi 1.000. Servivano milioni di euro da investire e dove trovarli? Più volte mi venne in mente una lezione di Enos Costantini che ci raccomandò di non seguire il modello produttivo americano.

Nei primi anni 2000 fondammo La Sisile (rondine in friulano), i cui soci sono la famiglia Zanello e mia moglie. Era arrivato il momento di “distinguerci per non estinguerci”. Scegliemmo di seguire la strada della sostenibilità ambientale, partendo dalle energie rinnovabili: pannelli fotovoltaici e biogas. Buona scelta perché generò una nuova entrata che ci dette ossigeno. Il pensiero della sostenibilità crebbe dentro di noi. Avevamo fatto una riflessione: la legge pensa solo al benessere animale, ma non a colui che sta in stalla. Chi fa le leggi non sa che vita facciamo. Si metta gli stivali e passi un giorno assieme a noi. Scriverebbe leggi più rispettose per chi lavora! Non basta: alla salute del consumatore chi ci pensa? E ai nostri figli vogliamo lasciar loro un ambiente irrimediabilmente compromesso? Allora avevamo 80 animali, di cui 50 in lattazione. Chiamammo a casa nostra, seduti attorno al grande tavolo di legno ovale, tre periti dell’Associazione allevatori a cui esponemmo la nostra idea. La risposta? Abbiamo capito che non avete capito nulla. Un allevatore nostro amico fermò mio fratello e gli disse: Non avrei mai creduto che tu, tuo fratello e tua cognata avreste buttato via così i soldi che vostro padre ha speso per farvi studiare.

Nel 2014 producevamo 7.000 q.li di latte bio all’anno. Eravamo, allora, i primi in Friuli e li consegnavamo a Granarolo, ma subito pensammo che quella non era la strada per valorizzare al meglio il nostro lavoro, portando quel latte nel calderone industriale. Dovevamo trasformarlo noi in formaggio. Chiamammo Fabiano Simcic, tecnico dell’Associazione, per chiedergli se ci poteva indicare una latteria privata che potesse produrre formaggio per noi. Dopo una settimana ci disse che era disponibile quella di Turrida di Sedegliano, gestita da un vero artigiano-casaro. In sei mesi ottenemmo 7.000 forme, peraltro di qualità eccellenti. Fummo i primi a portare sul mercato un Montasio bio. Dopo 6 mesi il titolare casaro ci disse che era stanco e ci chiese di acquistarla. Ancora debiti. Restò con noi per tre anni. Nel frattempo trovammo uno dei più bravi casari del Friuli: Roland Pressacco, che così è tornato al suo paese natio. Oggi produciamo 30 forme al giorno, circa 10.000 l’anno. Da latte tutto vivo di solo fieno prodotto nei nostri 100 ettari (coltivati perlopiù a mais, ma anche a orzo, frumento e pisello proteico). E la vendita? Mia moglie si offrì di sostituirmi alla mungitura, così da potermi dedicare, da neofita, ai mercati. Ho un sogno: essere il primo ad esportare negli USA il Montasio bio. Vendiamo a “Campagna amica” e ai grossisti, ma le migliori soddisfazioni le abbiamo con l’e-commerce: Francia, Germania, Portogallo, Spagna e, ovviamente, in Italia. Al Montasio bio aggiungiamo il Latteria bio e poi i freschi (stracchino, mozzarella e burro). Senza dimenticare il formaggio ubriaco, che ci siamo fatti fare dall’affinatore della Casearia Carpenedo, che ha avuto un grande successo: 400 forme e tutte vendute”.

condividi

altre edizioni:

  • 2019
  • 2021
  • 2022
  • About

    Quaderni di Agricultura è un sito web e un libro.

    È un progetto realizzato per Camera di Commercio di Udine e Pordenone da Walter Filiputti e Tundra Studio.

    designed in tundra