Massimo Lugano è un giovane agricoltore (classe 1980) di San Lorenzo di Manzano, con diploma in viticoltura ed enologia conseguito a Cividale nel 2000. Conduce, da solo, un’azienda di seminativi di circa 100 ettari tra proprietà e affitto, situata per la maggior parte nell’area alla confluenza tra il Natisone e il Torre, oltre ad una parte minore a Trivignano Udinese. I suoi sono, perlopiù, terreni magri, con uno strato di terra superficiale di 50-60 cm e poi sotto ghiaia.
“Le famiglie contadine”, ci dice Massimo, “in particolare quelle con piccole superfici, stanno velocemente scomparendo. Per cui si va verso gli accorpamenti per raggiungere la necessaria massa critica produttiva, il che comporta una radicale trasformazione del territorio, una volta caratterizzato da molte più aree boschive, fossi e prati, ora invece più che mai simili alle praterie americane. Sono entrato in azienda nel momento in cui l’Euro ha preso il posto della Lira e le spese delle materie prime sono raddoppiate, mentre i prezzi di vendita dei nostri prodotti non hanno fatto altrettanto. Per cui siamo stati costretti ad aumentare le superfici per tra fronte agli investimenti, il che significa maggiori capitali. Poi c’è anche la giusta tendenza al rispetto dell’ambiente, che però porta a maggiori costi di produzione che il mercato non paga sufficientemente. Non avendo noi in mano la leva del commercio, siamo soggetti alle dinamiche della globalizzazione, verso la quale è una guerra persa.
Il fatto è che non siamo capaci, in Friuli, di creare una filiera completa, penalizzandoci non poco. La produzione della soia italiana tutta no Ogm poteva essere l’occasione. Invece è successo l’opposto: il prezzo più alto l’ha spuntato quella americanache è Ogm. Perché non creiamo un marchio Soia italiana no Ogm?”
Osserva l’Autore che questa occasione esisteva ed era a portata di mano, come ci racconta il professor Fabiano Miceli nella sua intervista: “Siamo il Paese dell’Unione europea che produce più soia ed è tutta necessariamente no Ogm. Qualche anno fa, in Austria, viene creata un’associazione per raccogliere tutti i produttori europei di soia no Ogm, che oggi si chiama Donau Soja, soia danubiana. Hanno invitato più volte i produttori italiani a farne parte, in quanto ciò avrebbe dato maggior forza alla Associazione stessa. Nulla è accaduto”.
“Ancora peggio di quanto pensassi”, osserva Massimo. “Nel nostro Paese viviamo una profonda incongruenza. Un esempio molto semplice: se si va in qualsiasi agraria per prendere del mangime per le galline ovaiole da tenere in cortile, leggendo l’etichetta scopriremo che contiene farine di soia Ogm. Così noi, che non possiamo piantare la soia Ogm, la usiamo per produrre mangimi per le nostre galline e ce la mangiamo nelle uova”.
Quali sono, in ordine d’importanza, le coltivazioni?
“La prima è la soia, contando i due raccolti. Poi i cereali autunno vernini (orzo e frumento tenero). Quindi colza e girasole. Ultimo il mais, che sta calando continuamente perché per noi diventa difficile gestirlo avendo solo l’irrigazione di soccorso. L’acqua costa e i mezzi tecnici per irrigare pure. Vent’anni fa, quando presi in mano l’azienda di famiglia, si faceva un’irrigazione all’anno e a volte nemmeno quella. Oggi, 2020, già servirebbe irrigare ad aprile. In Friuli Venezia Giulia stiamo subendo una variazione climatica maggiore che nelle altre regioni italiane. Una Regione la nostra che dall’avere la più elevata piovosità d’Italia è passata ad una siccità sempre più accentuata. Per cui produrre mais in queste condizioni diventa sempre più difficile. Un esempio è stata la scorsa annata agraria che nelle nostre zone ha visto toccare i record negativi di produzione, arrivando a punte negative di produzione di 12 quintali all’ettaro! Le assicurazioni? Hanno un costo elevato, con delle franchigie altrettanto alte, mentre i contributi che dovrebbero darci ci arrivano anche con anni di ritardo. Il futuro dell’agricoltura passa inevitabilmente dalla possibilità di avere l’acqua necessaria per produrre, per questo ci vorrebbero risposte e soluzioni rapide, tanto quanto il cambiamento climatico.
Notiamo che, oltre a constatare il peso opprimente delle incombenze burocratiche, i vari bandi per gli investimenti in agricoltura sono spesso mal impostati e con delle graduatorie dove noi ci troviamo, quasi sempre, esclusi, col risultato che la nostra marginalità è sempre più bassa.
Lasciamo da ultimo i danni causati ai raccolti da parte degli animali selvatici, verso i quali ci è stata tolta ogni possibilità di difesa. Siamo, come per il clima, in loro balia. Quello dei danni procurati dagli animali è un problema annoso per il quale non c’è la volontà politica di trovare soluzioni. Intanto chi paga è l’agricoltore, il cui disappunto sale ulteriormente nel constatare che Paesi a noi vicini hanno trovato le soluzioni da tempo, con soddisfazione di tutte le parti in campo. Allora: perché non avere l’umiltà di seguire strade già collaudate?
Sui danni subiti posso fare l’esempio del girasole e del mais:
– negli ultimi anni ho provato a seminare il girasole, ma nella nostra zona spopolano stormi di colombi che praticamente ripuliscono i campi mangiando le piantine in germinazione.
– per quanto riguarda il mais, la convivenza con i cinghiali è diventata insostenibile, visto che i danni procurati alla semina spesso raggiungono il 100%, come in quest’annata 2020. La Regione interviene, ma solamente con un rimborso per rifare la semina. Ci sentiamo abbandonati. Ascoltiamo proclami di ogni sorta, ma alla fine non c’è un piano di abbattimento e di contenimento, non c’è un piano di difesa per i nostri raccolti. Così noi, alla fine, siamo quelli che pagano il conto di queste leggi insensate”.