Poco fa citato, è appassionato di caccia e di cucina (altrimenti non sarebbe amico di Igles); nella sua introduzione al libro La caccia di Igles scrive verità inconfutabili:
“Questo libro vuole dimostrare che c’è interesse per un mondo che oggi è ingiustamente bistrattato e relegato a semplice ricordo della tradizione: la carne di selvaggina è una risorsa straordinaria, una grande opportunità per il territorio e una meravigliosa materia prima nella cucina di chi la sa valorizzare… germani, alzavole, fischioni tutte anatre che oggi, per motivi incomprensibili, non sono più disponibili sul mercato. Si cacciano, si cucinano, ma i ristoratori non possono più proporli ai loro appassionati clienti, a meno che non sia il cliente stesso e portarli al ristorante per farseli cucinare… Un paradosso tutto italiano… Dobbiamo tornare ad averne la disponibilità per le loro cucine, in modo regolare, senza nasconderci dietro a ipocrisia e ignoranza…
Fortunatamente con la selvaggina da pelo le cose cambiamo, in Emilia Romagna la filiera controllata consente un regolare mercato di caccia. Grazie a una determinata Asl si è potuto indicare un percorso corretto per il trattamento e la conservazione degli ungulati cacciati sull’Appennino. La valorizzazione di queste carni deve diventare una risorsa per la promozione del territorio che rischia l’abbandono anche per l’insostenibilità di un’economia agricola tradizionale.
La selvaggina acquistata tramite la filiera proviene da una corretta gestione dell’ambiente, prevede rigide regole per il prelievo il controllo sanitario e fiscale. Regolarizzando così il mercato si ha una diretta vigilanza del bracconaggio. Questa valorizzazione ci obbliga a cambiare punto di vista anche come cacciatori, dovremmo necessariamente diventare sempre più gestori di un patrimonio straordinario… e dovremo farlo con tutti i soggetti direttamente coinvolti, proprietari e agricoltori per primi, ma anche con quel mondo ambientalista meno radicale che comprende queste posizioni. Il mondo agricolo oggi vede nella fauna selvatica una criticità che spesso si scontra con la realtà produttiva… ma dove l’ambiente è più consono a caprioli, daini, cervi e cinghiali, si possono trovare vantaggiosi compromessi per tutti. Sono profondamente convinto che il futuro della gestione faunistica passi necessariamente da una valorizzazione della selvaggina che abbia ricadute concrete sulla promozione anche economica del territorio”.
Si deve sapere che praticamente tutti i Paesi europei, Grecia e Italia escluse, seguono la regola dello jus venandi. Tra di essi non sono pochi quelli che attorno alla caccia hanno saputo costruire un turismo redditizio, ma che, soprattutto, valorizza aree depresse. Permettendo agli abitanti di restare sul loro territorio, presidiandolo.
Uno dei casi più illuminanti è quello della Scozia. Basta andare sui loro siti dedicati per trovare offerte di ogni tipo per la caccia alle oche, colombacci, beccacce, grouse. Dalle colline di Edimburgo alla campagna di Aberdeen, per arrivare alle bellissime Highlands. Senza parlare di Austria, Ungheria e potremmo continuare. In Francia, le quasi duecento associazioni locali di cacciatori si sono riunite ed assieme hanno creato il marchio Gibier de Chasse Chasseurs de France che garantisce carne di selvaggina tracciata che è venduta anche nella Gdo.
Per capirne di più siamo andati a vedere cosa si fa in Emilia Romagna, dove il problema lo hanno affrontato. Grazie a persone di buon senso, coraggiose e visionarie. Una di esse è il veterinario di igiene pubblica dell’Asl di Bologna, dott. Roberto Barbani. Vanno poi citate due persone di peso politico senza le quali il progetto non si sarebbe realizzato. Il primo è il sindaco di Cerignale, piccolo comune sull’Appennino in provincia di Piacenza, Massimo Castelli. Che è anche coordinatore Anci dei Piccoli comuni italiani. Quindi Simona Caselli, allora Assessore agricoltura, caccia e pesca Regione Emilia Romagna.